Cani randagi in Ucraina

cani-uccisiUn Paese dove gli animali senza proprietario vengono rastrellati per le strade ed eliminati.

L’eccidio, in atto da decenni nel Paese ex Sovietico, si è incrudelito assumendo un ritmo vertiginoso dopo che l’Ucraina, insieme alla Polonia, è stata scelta dalla Uefa qualche anno fa quale sede ospitante delle partite dei Campionati Europei di Calcio.
I metodi della diplomazia pare non servano molto alla soluzione del problema. Lo scorso 13 novembre il direttore per la raccolta dei fondi dell’associazione protezionistica britannica Naturewatch, John Ruane, ha avuto un incontro con il ministro dell’ambiente, Mykola Zlochevsky, che ha promesso di modificare la legislazione ucraina in materia di randagismo e di applicare una moratoria immediata sull’uccisione dei cani randagi. Naturewatch, dal canto suo, avrebbe fornito indicazioni sulle pratiche migliori per la gestione dei cani di strada e sulla costruzione di rifugi.
Eppure, questo incontro si è palesato solo un mare di chiacchiere. Sulla carta, dal novembre 2011 è illegale uccidere i randagi ma l’eccidio è continuato e continua tuttora, senza che le autorità ucraine intervengano. Così come le iniziative delle maggiori associazioni animaliste italiane.
Ultima in ordine di tempo è “I governi e il calcio fermino il massacro”, slogan con cui le principali associazioni animaliste italiane – dall’Enpa all’Oipa, dalla Lav alla Lega nazionale per la difesa del cane, passando per l’Arca, la Leal e la Leidaa dell’ex ministro Michela Vittoria Brambilla – vogliono boicottare e mettere in risalto un problema non degno di un paese civile.
Comunque, non sono solo le istituzioni, con i loro «dog hunter» (cacciatori di cani) a spargere la morte sulle strade ma anche tanti privati cittadini che operano soprattutto di notte. Il 6 gennaio scorso, per esempio, fuori Kiev, è stato appiccato il fuoco ai sei piccoli rifugi improvvisati che un volontario aveva costruito con grande sforzo per dare protezione a quaranta randagi dei quali si prendeva cura. Gli atti di violenza dei privati sono da imputare anche a una campagna mediatica istituzionale che ha sparso il panico sulla pericolosità dei cani e sulle malattie che questi potrebbero portare.

Firmato: volpe
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