Il Vanini adotta il metodo Ørberg

ORATORIl nostro liceo Giulio Cesare Vanini, in tutte le classi prime di quest’anno scolastico 2015/2016, ha adottato un nuovo metodo di insegnamento del latino: il metodo Ørberg.

Da quest’anno, infatti, la nuova modalità di insegnamento del latino si ispirerà al “metodo naturale” di Hans Henning Ørberg, introdotto in Italia dal Prof. Luigi Miraglia, docente di Elementi di conversazione e composizione latina nella facoltà di Lettere Cristiane e Classiche, presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma.

Il nuovo metodo consiste nel presentare la “lingua morta” esattamente come si farebbe per qualsiasi altra lingua moderna, mirando quindi ad una padronanza “da parlante”, con l’obiettivo di ovviare al disinteresse piuttosto frequente degli studenti e all’effettiva inefficacia del metodo tradizionale, che il prof. Miraglia dimostra abbondantemente presentando la semplice realtà dei fatti: il latino viene presentato in maniera troppo teorica, concentrandosi eccessivamente sulla già complessa grammatica della lingua, in maniera poco fluida; la quale, nel migliore dei casi, fornirà allo studente niente più di un complesso schema di regole, coniugazioni e declinazioni, consultabile al momento della traduzione, che lo studente interpreta piuttosto come la “decifrazione ” di un testo.

Per chi ha sempre insegnato e imparato il latino con il metodo tradizionale, potrà sembrare difficoltoso, se non assurdo, l’apprendimento di questa lingua al pari di una moderna; in realtà, non è una lingua più complessa di quelle baltiche o slave che, come il latino, presentano sei (o anche sette) casi. Lo stesso prof. Miraglia riporta, nel suo saggio Come non si insegna il latino, un illuminante esempio di Luigi Firpo nell’argomentare la naturalezza di quest’innovativo metodo:

“Quando andiamo a verificare le competenze dei nostri allievi di liceo, noi ci troviamo nella stessa situazione di un dirigente di azienda che, avendo l’esigenza di una nuova segretaria con conoscenza della lingua inglese, pubblichi un’inserzione sul giornale. Il giorno dopo gli si presenta una signorina, che sostiene – documentando questa sua asserzione – di aver studiato l’inglese per cinque anni, di aver ascoltato lezioni di inglese in media cinque ore alla settimana, e di aver studiato a casa la lingua almeno un’ora al giorno per tutto questo tempo. L’industriale, felicissimo, è sicuro di aver trovato un’esperta, che certamente padroneggia il londinese come la sua propria lingua materna. Così, tanto per il piacere di sentire la pronuncia britannica, che immagina perfetta, chiede alla gentile signorina di parlare un po’ in inglese. Quella, per tutta risposta, scandalizzata, lo guarda come una bestia rara, e con fare un po’ irritato sostiene risolutamente di non aver mai sentito, in cinque anni di studio, che si possa giungere al livello di poter parlare un buon inglese, se non si è nati in Inghilterra. “Mi perdoni, signorina – replica il potenziale datore di lavoro -, ma se un inglese fosse qui a colloquiare con noi, Lei sarebbe in grado di farmi da interprete, e simultaneamente tradurre il suo discorso?” “Neanche per sogno! Ma si rende conto che le sue sono richieste inverosimili?”

“Sa scrivere una lettera in Inglese?”

“Nient’affatto! Sarebbe un’operazione scorretta, che produrrebbe una lingua artificiale, avvertita come aliena dai parlanti nativi”.

“Ma sa almeno leggermi in italiano un brano d’inglese?”

“No, no, e poi no! La traduzione è un lavoro impegnativo, difficile, che richiede ponderazione, analisi delle singole parole, attenzione minuta e particolareggiata revisione…”

“Ma insomma, signorina, mi vuol dire Lei che cosa sa fare?”

“Quello che mi hanno insegnato: se Lei mi dà un brano di una decina- massimo una dozzina – di righe non eccessivamente difficile, mi concede un paio d’ore almeno di tempo, mi fornisce un valido dizionario in cui sia presente un consistente numero di esempi, tra i quali io possa trovare almeno un paio di frasi da riportare pari pari, e avrà la normale tolleranza di accettare tre o quattro errorucci, sarò in grado di tradurLe il pezzo. Nella nostra scuola questo si intendeva per ‘sapere l’inglese’!”.

Questa nuova prospettiva ha colpito la nostra preside Maria Grazia Attanasi che, riconoscendosi nelle affermazioni del prof. Miraglia, ha proposto a tre delle docenti di lettere del liceo, la Prof.ssa Costantino, la Prof.ssa Morciano e la Prof.ssa Cacciatore, disponibili a studiare il metodo, di sperimentarlo in tre classi prime dell’anno 2014/2015. Il successo dei risultati ha condotto alla decisione di estendere questa riforma dell’insegnamento del latino a tutte le classi prime, anche grazie alla preziosa collaborazione dei docenti del “Vanini”, che si sono mostrati disponibili ad adottare questa nuova modalità di insegnamento.

Roberta Reho VaninInside

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