Spiaggia libera: sogno di mezza estate

spiagge-libere-con-servizi-gratuitiIn dieci anni le spiagge date in concessione sono raddoppiate : ora sono 12mila, una ogni 350 metri di costa, per un’estensione complessiva che arriva a 18 milioni di metri quadri.

Il Wwf denuncia: “Canoni bassi e guadagni miliardari”. Un bene comune, ma costituiscono un affare privato.
Anche se appartengono giuridicamente allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, le spiagge italiane vengono sfruttate – sul piano ambientale ed economico – da 30 mila aziende titolari delle concessioni demaniali con un esercito di 600 mila operatori, compresi quelli dell’indotto.
E chi ci rimette? Noi cittadini, come sempre.
A fronte di oneri concessori nell’ordine dei 130 milioni di euro all’anno a favore dell’erario, il fatturato di questa “industria delle spiagge” varia dai 2,5 miliardi “dichiarati dai gestori “(i contribuenti italiani più “poveri”, con una media di 13.600 euro a testa) ad almeno uno di più stimato dalla Guardia di Finanza, per raggiungere i 6-8 ipotizzati da alcuni esponenti ambientalisti.

Ma al “DANNO” economico si somma la deturpazione ambientale. Fenomeno particolarmente allarmante riguarda la progressiva scomparsa delle dune di sabbia, “costruite” nel tempo dall’azione del vento e invase ormai dalle file di ombrelloni e sedie a sdraio, dai chioschi, dai campetti di calcio o beach-volley. Nell’ultimo mezzo secolo, si sono ridotte da una lunghezza complessiva di 1.200 chilometri a circa 700. Ma quelle ancora “attive”, in grado cioè di svolgere la loro funzione naturale di barriera protettiva, coprono appena 140 chilometri.
Il Wwf ha presentato un check-up generale delle spiagge nelle quindici regioni costiere italiane. L’associazione ambientalista ha accertato così che nella maggior parte dei casi non è stata stabilita neppure una percentuale minima di arenile da riservare alla libera balneazione. Anche la “fascia protetta” di cinque metri dalla battigia molto spesso è più affollata di una strada dello shopping e diventa quindi impraticabile.
La Regione Puglia ha una quota di spiagge libere pari al 60 per cento del litorale, comprese però le foci dei fiumi e le infrastrutture, come i porti. Altrove, si aggira intorno al 20-25 per cento. Ma in genere la competenza viene delegata ai Comuni e ognuno si regola come crede.
Il caos la fa da padrona: qui manca il Piano paesaggistico regionale, lì non esistono norme né programmi specifici per la tutela delle coste. In questo bailamme, c’è perfino chi propone in Parlamento di estendere le concessioni demaniali da 20 anni a 50, con il rischio di favorire così la trasformazione di strutture stagionali in impianti fissi o addirittura in edifici, stimolando un’ulteriore cementificazione del litorale. Dal 2006 una direttiva comunitaria sulla circolazione dei servizi – che prende nome dal politico ed economista olandese Frederik Bolkestein – impone la modifica di questi contratti con lo Stato, in base alle regole della concorrenza.

Con la falsa scusa dell’equazione spiaggia libera = disordine pubblico e con la consueta domanda dei concessionari: «belle le spiagge libere, ma chi le pulisce?», ci siamo ridotti a dover avere i soldoni per goderci un pò di mare.
Ma la risposta dovrebbe arrivare prossimamente dall’Europa, con una direttiva che si propone di allineare entro il 2015 l’Italia agli altri Paesi dell’Unione, dove le spiagge libere con servizi gratuiti, pulizia e manutenzione a carico dei comuni sono la norma, per il momento la maleducazione di molti fornisce l’alibi e la giustificazione a vedere spesso negato il diritto all’uso gratuito di un bene demaniale, pubblico, di tutti.

In un Paese con mille problemi economici e invidiato da tutto il mondo per i doni che la natura ci ha fatto, sembra assurdo non pensare a salvaguardare un bene COMUNE che potrebbe e dovrebbe rendere all’erario profitti maggiori dei tagli grossolani effettuati in questi ultimi tempi.

Firmato: Spiaggiato
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Malevox

Autore: Malevox

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Suono male ma le canto bene :)



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